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Dalla finestra della mia stanza noto uno strano andirivieni; una continua processione collega l'albergo ad una piega della montagna che lo sovrasta. Le basse nuvole e la insistente pioggerellina stampata sui vetri rende fluida la scena non permettendomi una chiara visione dei fatti. Intravedo figure umane variamente abbigliate, chi in perfetta tenuta da trekker e chi in costume da bagno e accappatoio sulle spalle, che percorrono il tragitto, indifferentemente, nelle opposte direzioni al par di una colonia di formiche intenta nel suo incessante lavorio. La cosa mi incuriosisce non poco anche perché il giorno dell'arrivo a Laugar avevo osservato quell'alta parete, composta da infiniti piccoli e grandi massi in bilico tutti quasi pronti a venir giù al primo modificarsi del loro precario stato di equilibrio, che sembrava essere supporto a una spianata sovrastante. Cosa ci sarà mai lì in cima? Perché, sin dalle prime ore del mattino, in tanti intraprendono questo cammino che ha il sapore quasi di un rito iniziatico? La mia innata curiosità comincia a prendere il sopravvento e già assaporo il gusto dell'avventura e delle nuove scoperte.

Mi preparo. Non avendo comunque per il momento a disposizione chiare indicazioni su ciò che mi aspetta, decido che sotto lo spartano abbigliamento da “trekker incallito” indosserò comunque il costume da bagno e nello zaino lascerò spazio anche per un telo da mare... non si sa mai. Tra le dotazioni di viaggio ho anche riposto la guida della Lonely Planet, libro che ho imparato ad apprezzare per le innumerevoli informazioni in esso contenute; lo sfoglierò alla prima sosta nella speranza di carpire qualche curiosità che riguardi la mia attuale escursione. Non ci metto molto e dopo qualche minuto sono già in cammino pronto a svelare il segreto di Laugar e dell'Edda Hotel.

Esco nella bruma del mattino sotto una pioggerellina sottile che continua ad irrorarmi le lenti costringendomi in quella fastidiosissima condizione di vista tremolante che solo i portatori di occhiali possono comprendere. Raggiungo l'inizio del sentiero dove trovo un criptico cartello bilingue, inglese ed islandese (della prima capisco poco ma, peggio ancora, della seconda assolutamente niente), che interpreto a malapena dai disegni che esplicitano il testo. In esso è anche rappresentata una carta topografica della zona con indicati quattro differenti percorsi di trekking, degli anelli con difficoltà crescenti (e sin qui ci arrivo) marcati ognuno con un diverso colore. Proseguo la lettura individuando un vago riferimento ad una fonte sacra e ad una "bella vikinga" che in passato ha abitato questi luoghi. Non è molto ma, nel contempo, è sufficientemente intrigante per darmi la giusta spinta ad iniziare quest'avventura. Dopo i primi metri, impiegati a seguire il rado ma incessante flusso di umani, giungo nei pressi di un bivio dove decido, staccandomi dalla massa, di seguire la traccia marcata con il colore “nero”, quella più lunga e difficoltosa; tanto alla fine sarei comunque tornato nel punto di partenza evitandomi però l'invadente presenza dei miei simili. Supero una recinzione di filo spinato grazie ad una comoda, piccola scala di legno che la scavalca (metodo che poi scoprirò molto in uso lungo i sentieri dell'Islanda) e inizio la mia solitaria ascesa ai monti di Laugar (fig. 1).

Il sentiero appare ben visibile e marcato anche grazie ad una lunga serie di bassi paletti di legno sormontati da bande laterali colorate le cui differenti tonalità individuano ciascun tracciato. Il sistema islandese di marcatura dei sentieri è leggermente diverso da quello in uso in Italia (le due pennellate di vernice bianco-rossa dipinte sovente sulle rocce e, più raramente, sugli alberi) e presenta il vantaggio di essere visibile anche tra l'erba alta. Così seguo la mia strada individuata inizialmente da paletti sormontati dai quattro diversi colori. Man mano che avanzo il sentiero si sdoppia e, sempre con deviazioni alla mia destra, si separa da quelli a più basso indice di difficoltà. Continuo a salire mentre la pioggia cede il campo ad un freddo vento. L'aria è tersa e sgombra da quella fastidiosa nebbiolina che fino ad ora mi ha impedito di godere appieno del paesaggio. Ora, mentre salgo sempre più in alto, il miei occhi possono cominciare a guardare lontano.

Dopo circa mezz'ora raggiungo la cresta che avevo notato dalla finestra della mia stanza e scopro che in cima non c'è l'altopiano immaginato ma un vasto prato dal quale, sullo sfondo, parte una seconda erta. La salita, sebben di più dolce pendenza rispetto a quella appena superata, è però almeno tre volte più alta. Una leggera sosta per scattare qualche fotografia e poi via ad affrontare la nuova fatica. Ora è più difficile interpretare il percorso anche perché, da questo punto, ogni qualvolta raggiungo uno dei paletti marcavia riesco, con qualche difficoltà, ad intravedere il solo successivo e non la lunga sequenza come in precedenza. Questa nuova situazione mi impedisce di organizzare la mia mappa mentalale globale; so solamente che dovrò raggiungere la cresta che vedo lassù in alto, mentre il gelido vento del nord soffia sempre più forte. Sotto di me la vallata sembra allungarsi e ormai l'Edda Hotel non è che una piccola macchia colorata nel verde della brughiera.

Finalmente! Supero l'ultimo ostacolo, raggiungo la seconda cresta e... sono assalito dallo sconforto. Non si tratta dell'immaginato crinale e nessuna valle si apre al di la, solo una ben più vasta prateria cinta da lontano da una nuova catena di alture che mi getta in un'angoscia senza fine: ero sicuro fosse finita e invece la salita, imperterrita, continua. Un'improvvisa stanchezza mi assale. Mi guardo intorno depresso. Sono sul bordo esterno di questa spianata, un balcone geologico dal quale vedo veramente lontano: l'intera valle, il nastro di asfalto che la percorre, il fiume che scorre e il mare che ne accoglie acque (fig. 2). Due pensieri contrastanti si sfidano nella mia mente, uno mi sprona ad andare e l'altro, al contrario, mi suggerisce di accontentarmi e godere dei frutti del sudore versato per giungere fin qui. Quello che il mio sguardo intanto sta rimirando è pura poesia! Per un attimo, ma subito mi passa, mi chiedo cosa riuscirei a vedere dalla cima di quell'ancora più alta cinta di monti. Ho deciso. Non andrò oltre. E' la scelta più saggia anche perché, per completare il giro e tornare a valle, la strada da fare è ancora tanta. Mi seggo ed estraggo dallo zaino l'acqua, del cibo e la Lonely Planet così, mentre riprendo energia, potrò anche verificare, leggendo, l'esistenza di qualche indicazione sul territorio che mi circonda. I miei occhi scorrono veloci le righe che mi parlano di antiche storie e così scopro: laggiù in basso la cattedrale elfica di Tungustapi (saga di Eyrbyggja) che individuo nello sperone roccioso sul fianco della montagna che chiude l'altro versante della valle; leggo la storia d'amore di Guðrún Ósvífrsdóttir "la bella vikinga" (saga del popolo di Laxárdalr), della quale ho già letto nel cartello posto all'inizio del sentiero e della sua vasca sacra, fonte che dovrei trovare sulla via del ritorno a chiusura del tragitto ad anello che sto percorrendo.

Il cibo assunto mi ha sufficientemente ricaricato e così, dopo aver scattato alcune foto, mi accingo ad attraversare la vasta spianata che, in leggera pendenza, mi ricondurrà sul sottostante pianoro. Non ho più il conforto dei paletti segnavia ad indicarmi il percorso ed è solo la parziale visione delle terre intorno a suggerirmi la direzione nella quale muovermi per raggiungere l'obiettivo e chiudere il cerchio. Quello che a prima vista sembrava un comodo pendio ricoperto di bassa erba si rivela invece un percorso ad ostacoli con numerosi corsi d'acqua che, scendendo verso valle, hanno intagliato il pianoro creando profondi solchi di erosione. Queste piccole vie d'acqua, spesso celate dalla vegetazione, rappresentano delle insidiose trappole per piedi e caviglie in una situazione dove una semplice slogatura potrebbe complicare seriamente la tranquillità del ritorno. Ce la farò! E così, dopo estenuanti deviazioni alla ricerca del pendio più favorevole, lungo instabili pietraie, raggiungo l'altro lato della recinzione dove questa mattina è iniziata la mia avventura. Ma le sorprese non sono ancora terminate e così, seminascosta da uno sperone roccioso vedo prima la capanna (fig. 3) e subito dopo la sacra vasca dove, secondo la saga del popolo di Laxárdalr, si bagnò perdendo l'anello pegno del suo amore, la bellissima Guðrún.

E' ormai sera ed è iniaziato quel crepuscolo che durerà tutta la notte. Il viavai di persone che avevo visto questa mattina è terminato. Sono solo e potrò godere indisturbato delle gentili attenzioni che Guðrún vorrà concedermi. Mi libero del vestiario da escursionista e m'immergo nelle calde acque della fonte circolare (vedi foto) mentre un piccolo branco di pecore selvatiche mi osserva distratto (fig. 4). Tutt'intorno il gelido vento proveniente dagli altopiani del nord sferza l'aria rarefatta.

Continua...

Click sulle immagini per ingrandire


1. Verso la prima cresta


2. La grande prateria sulla seconda cresta


3. La capanna di Guðrún


4. Le pecore selvatiche


5. I sentieri sui monti di Laugar

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