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Quando ieri sera sono arrivato alla River Guesthouse di Skulagardur, dove passerò la mia penultima giornata in terra d'Islanda, e ho notato la desolazione dell'immensa vallata che ospita la struttura, mi sono chiesto per quale motivo mi fossi spinto così a nord e perché avessi inserito questa tappa nel mio programma di viaggio. Forse la stanchezza causata dagli infiniti spostamenti o forse, più semplicemente, l'impossibilità per mia mente di continuare a memorizzare l'immane bombardamento di input degli ultimi giorni, mi stava facendo perdere qualche colpo. Così, dopo una notte di meritato riposo, di primo mattino, ho sfogliato nuovamente i miei appunti di viaggio per scoprire cosa mi avesse indotto alla decisione di imprimere le mie orme su queste terre. Non ci ho impiegato molto e una parola è subito rimbalzata fuori da quel magma ribollente e sconosciuto che è ben rappresentato dalla toponomastica locale: Dettifoss, le cascate generate dal fiume Jökulsá á Fjöllum.

Si, le potenti Dettifoss, le più fragorose e maestose cascate d'Islanda, ecco cosa mi aveva attirato fin lassù. Non sono proprio dietro l'angolo e per raggiungerle dovrò nuovamente macinare un centinaio di chilometri lungo quelle strade sterrate che ho imparato a temere ma, leggendo quanto si dice in giro, sono certo ne varrà la pena. La strada, non migliore di tante altre già percorse, si snoda in una valle formata da un'unica ed immensa colata lavica. Quello che colpisce è la mancanza di un edificio vulcanico che giustificasse una tale distesa di magma solidificato: è come se, nell'alba dei tempi, la roccia resa fluida dall'immenso calore infero, fosse fuoriuscita da una gigantesca frattura espandendosi nella pianura senza generare il classico picco vulcanico (foto 1).


1. L'infinita distesa di roccia lavica

Mentre procedo con cautela lungo la strada sterrata colonne di enormi fuoristrada mi sorpassano veloci sollevando nuvole di pietrisco che sinistramente tintinnano sul parabrezza della mia auto. Prudentemente, immaginando qualche sasso più grande schizzare da sotto le gigantesche ruote artigliate, mi tengo a distanza dai veicoli che mi precedono. L'orizzonte è piatto e, mentre avanzo, continuo a chiedermi dove mai sarà la montagna che immagino generi le famose cascate; nulla si scorge all'orizzonte mentre la distesa lavica è a tratti interrotta da altrettanto enormi concentrazioni di cespugli in fiore di un intenso colore lilla: lupini? (Lupinus micranthus) (foto 2).


2. Lupinus micranthus

Ed è così che, ad un tratto, dietro un basso dosso s'intravede lontano quello che, se non stessimo nel bel mezzo di una landa desolata, potrebbe essere scambiato con il piazzale di deposito di una fabbrica di automobili. Centinaia di veicoli parcheggiati disordinatamente tra le aguzze guglie rocciose e da questo assembramento un'infinita fila di umani, in una processione simile a quelle che si notano tra i formicai e i luoghi di raccolta del cibo, si dirige in un'unica e ben definita direzione. So di essere arrivato ma ancora non capisco dove siano queste famose cascate e dove la montagna che le genera. Parcheggio, raccolgo la mia roba e m'incammino seguendo la scia di questa surreale processione. Procedo per almeno un chilometro fino al raggiungimento di una piccola altura composta da un esteso banco di lave colonnari solidificatesi a generare grossi e regolari prismi geometrici (foto 3). In quel punto il sentiero si biforca e, visto che ancora nulla fa presagire la presenza dell'acqua, due cartelli indicano sulla destra “Selfoss” mentre a sinistra “Dettifoss”. Capisco di essere vicino anche perché una strana nebbiolina si intravede spuntare da dietro l'altura in direzione del sentiero a sinistra e un sordo rombo comincia ad annunciare il grande salto.


3. L'altura di lave colonnari

Poco più avanti, in lontananza (circa un chilometro più a monte), per la prima volta vedo il fiume che si produce nel primo dei tre salti: il Selfoss (foto 4) e in quel momento capisco. Nessuna montagna genera la cascata. Il fiume, invece, scorrendo nella pianura improvvisamente è inghiottito da una profonda frattura che segna la valle. Leggerò poi che un tremendo movimento tellurico (non mi è chiaro in che epoca sia avvenuto) abbia letteralmente aperto la profonda "ferita" nella piana basaltica e che quest'ultima abbia inghiottito, deviandolo, il corso del fiume generando i tre successivi salti della massa d'acqua.


4. Selfoss

Ancora qualche centinaio di metri e, scavalcata l'altura, lo spettacolo è impressionante. In un fragore assordante, che copre anche le voci di chi ti passa accanto, la maestosità e la potenza della natura esplodono: sono al cospetto di Dettifoss, il mostro (foto 5). Miliardi di goccioline d'acqua riempiono l'aria e coprono la roccia resa scivolosa dal muschio che prolifica. Mi avvicino fino a sporgermi sul baratro rendendomi conto dell'umana piccolezza. Vorrei fotografare ma l'obiettivo è perennemente coperto da un velo d'acqua e vani sono i tentativi di asciugarlo. Sono sottovento ed impotente. Realizzo qualche scatto che, forse, renderà maggiormente l'idea di una tale potenza.


5. Dettifoss

Vorrei raggiungere la sponda opposta dove vedo gente che essendo, nel loro caso sopravento, può agevolmente fotografare anche stando sul bordo dell'abisso a pochi metri dall'acqua. Non mi è possibile, il giro da fare per raggiungere l'altra sponda è troppo lungo e desisto. Nel tardo pomeriggio rientro alla River Guesthouse, accolto dalla maestosa scultura di aquila che la caratterizza (foto 6), stanco ma soddisfatto di quanto ammirato.


6. L'aquila simbolo della River Guesthouse

Domani mattina ripartirò verso l'ultima tappa (l'area dei geyser) posta un centinaio di chilometri ad est di Reykjavik prima dell'imbarco sul volo che mi riporterà a casa.

Continua...

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