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Sarà stato il piovoso inverno, sarà stata la pigrizia che sempre più tende a prendere il sopravvento certo è che ultimamente ce la stavamo prendendo comoda. Le nostre esplorazioni tendevano ad assomigliare sempre più a delle scampagnate che a veri e propri trekking e così sabato abbiamo deciso di darci una scossa ricominciando a fare qualche cosa di più serio. Lo scenario è rimasto quello dei Monti Picentini (quel gruppo di montagne non troppo alte - il Cervialto, la maggiore delle cime, marca solo 1.809 m - ma particolarmente selvagge e ricche d'acqua) che ultimamente ci sta ospitando con sempre maggiore frequenza (vedi Senerchia, l'oasi WWF di Valle della Caccia, le miniere di ittiolo di Giffoni Valle Piana). Questa uscita ci è stata suggerita appunto da due trekkers incrociati durante la recente passeggiata alle miniere di ittiolo.

Il gruppo, questa volta più numeroso del solito, era formato da Selene, Fulvio jr, Sirio, Grazia e il sottoscritto (Fulvio sr.). La mattinata è cominciata nella maniera più piacevole con una sosta in un bar di Serino (devo dire che ultimamente siamo particolarmente fortunati) dove la colazione si è arricchita con l'assaggio di svariate torte preparate artigianalmente dallo stesso proprietario. Il caffè, il dolce e le bevande le abbiamo pagate, qualche dritta per imbroccare il sentiero senza troppe difficoltà l'abbiamo avuta gratis e così siamo partiti per iniziare l'avventura. Nel percorrere gli ultimi chilometri in auto abbiamo avuto anche il piacere di imbatterci nei ruderi della cinta muraria dell'antico castrum longobardo “Civita di Ogliara” (IX – X sec.) costruito tra quelle montagne sulle basi di un precedente insediamento osco-sannita, la città Serium-Sarinu.


I guardiani della Civita di Ogliara (click sull'immagine per ingrandire)

Dopo circa un chilometro, parcheggiate le auto in un piccolo spiazzo, ci siamo avviati lungo una strada sterrata (una di quelle utilizzate dai forestali per la manutenzione del bosco) che tortuosamente si allungava tra radure erbose e secolari alberi di lecci e castagni. In rapida sequenza prima una fonte poi un ponte in pietra e legno e in ultimo il “Varco della Rena” (lo scavo artificiale di una parete calcarea) che ci ha immesso sul sentiero S.I. 106 (Sentiero Italia), quello che ci avrebbe condotto fino alla Grotta dello Scalandrone.


Lungo il Sentiero Italia CAI 106 (click sull'immagine per ingrandire)

Da questo punto in poi il sentiero assume le caratteristiche proprie del classico percorso boschivo con rari tratti scoperti dove la vista riesce a spaziare tra le cime dei monti e molto più frequenti camminamenti che si fanno faticosamente spazio nella fitta boscaglia. L'intero percorso (poco più di 15 km andata e ritorno) è egregiamente marcato con classici segnali a bande bianco-rosse sovrapposte del CAI. Man mano che ci si avvicina alla meta (la Grotta dello Scalandrone) aumenta la frequenza di cascatelle e corsi d'acqua a carattere torrentizio che si è costretti a superare con precari guadi. L'ultimo tratto di sentiero, come descritto dalle pagine di una guida prodotta dall'Ente Parco dei Picentini, diviene “decisamente in salita” e termina prima con una sorgente (emissario del laghetto interno alla Grotta dello Scalandrone) dove abbiamo avuto la piacevole sorpresa di osservare ben due bellissime salamandre dalla caratteristica colorazione pezzata giallo-nera e, poche decine di metri più in alto, con il piccolo ma evidente ingresso alla grotta.


La salamandra (click sull'immagine per ingrandire)

Il nostro obiettivo era raggiunto con poco più di tre ore di marcia.

 

Nella Grotta dello Scalandrone

 


... mentre minuscole particelle d'acqua danzano nell'aria

L'accesso alla grotta, che è abbastanza facile, avviene percorrendo una rampa fangosa in discesa che comunque, per evitare spiacevoli scivolate, è meglio attrezzare con una corda lunga almeno 20 metri. La grotta, nella parte da noi visitata, è composta da un enorme ed articolato salone di crollo sul fondo del quale un laghetto, con tanto di spiaggia di sabbia sottilissima, è alimentato da una cascata proveniente da una fenditura che si apre sulla parete di fondo. Il fragore dell'acqua rende difficile la comunicazione che diviene impossibile a pochi metri di distanza. Sia le pareti sia gli enormi massi crollati dalla volta e accatastati sul fondo sono ricoperti da concrezioni e drappeggi calcarei mentre, specie in prossimità della cascata, minuscole particelle d'acqua danzano nell'aria.


Nella grande sala di crollo della Grotta dello Scalandrone (click sull'immagine per ingrandire)

Proprio in prossimità della cascata la presenza di alcune corde indica la strada in risalita per una eventuale esplorazione che diviene però prettamente speleologica. Per proseguire oltre è necessario l'uso di attrezzature di progressione su corda che, per questa occasione, non avevamo con noi. Paghi dell'esperienza vissuta abbiamo riguadagnato l'uscita e, dopo una breve sosta per ricaricarci di energia con panini e frutta, ci siamo rimessi in marcia sulla via del ritorno.

L'escursione, così come l'abbiamo realizzata noi, è durata poco oltre sette ore e quindi una eventuale esplorazione della parte interna della grotta dovrebbe quasi certamente prevedere una sosta notturna per evitare che il buio della notte possa giungere quando ancora si è in marcia. Il percorso non presenta particolari difficoltà se non per la sua lunghezza (oltre 15 km). In un solo punto, comunque segnalato da una recinzione, una frana ha interessato il sentiero che è stato raccordato con un by-pass che aggira il dissesto leggermente più a monte. Lungo il percorso una fonte e alcune sorgenti permettono, almeno in questo periodo (aprile), il rifornimento di acqua.

Ai seguenti link sono disponibili le foto scattate lungo il sentiero "Il Sentiero Italia 106 - Dal Varco della Rena alla Grotta dello Scalandrone"

e

ne "La Grotta dello Scalandrone".

Qui, invece, potete scaricare la traccia GPS dell'intero percorso.

Buona escursione

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